Le tecniche chirurgiche
inerenti le varici degli arti inferiori sono oggetto
di studio sin dall’antichità.
Nell’antico
Egitto la flebologia era già molto
progredita. In seguito Esculapio, figlio del Re di Tessaglia,
nonché il grandissimo Ippocrate, non a torto definito
Padre della Medicina, si erano occupati di malattie varicose.
In particolare Ippocrate, nel suo Corpus Ippocraticum,
aveva previsto una sezione intera dedicata alla malattia
varicosa!
Negli ultimi anni si sono andate affermando
anche nuove proposte terapeutiche per cui penso possa
valere la pena di fare un po’ il punto della situazione
per fare un po’ di chiarezza.
Prima di tutto, l’indicazione
all’intervento
chirurgico per varici degli arti inferiori deve essere
posta dopo un’accurata visita clinica, che permette
di valutare la genesi delle varici,le motivazioni che
hanno generato il reflusso e causato la dilatazione della
vena.
In un secondo tempo il chirurgo valuterà l’opportunità o
meno di eseguire un esame strumentale per meglio definire
il quadro clinico. Ormai è di uso veramente estensivo
l’ECOCOLORDOPPLER venoso degli arti inferiori.
Con
questo esame, assolutamente esterno, innocuo e non invasivo, è possibile
quantificare i reflussi, decidere se è il caso
o no di operare, o di eseguire solo una terapia medica.
Solo
in casi molto selezionati si ricorre alla flebografia,
un particolare esame radiologico che permette di vedere
le vene degli arti inferiori in modo molto preciso. Ha
il difetto di essere un esame un po’ invasivo.
Personalmente ritengo che l’intervento chirurgico
sia indicato in tutti quei casi di varici a carico della
grande e piccola safena, le vene superficiali più importanti
degli arti inferiori: in questo caso, le vene devono
essere interrotte in punti molto particolari, come diciamo
noi chirurghi, “a cielo aperto”, vedendo
cioè dove poniamo il laccio.
Le principali possibilità terapeutiche
che abbiamo a disposizione sono:
Safenectomia
radicale: con stripping
lungo o corto, a seconda se la vena è insufficiente
solo sino al ginocchio o sino alla caviglia.
Durante
l’intervento vengono rimossi anche tutti
i collaterali dilatati che confluiscono nella safena.
Tecnica
CHIVA: un collega Francese,
Dr. Franceschi, qualche anno fa ha proposto questa
tecnica basata sul concetto che le vene varicose sono
dovute a reflussi molto selezionati. In pratica si
tratta di una cura emodinamica delle varici. Secondo
questa “filosofia”,
abolendo i reflussi, senza togliere le vene, queste recuperano
un tono normale e regrediscono. L’intervento è molto
meno demolitivo, ma purtroppo, in molti casi le vene
restano invariate, e, a distanza di breve tempo si deve
reintervenire. Personalmente la uso pochissimo.
Flebectomia
ambulatoriale: le vene
vengono rimosse mediante microincisioni in anestesia
locale. Assai utile per tutti i collaterali varicosi
delle grandi e piccole safene.
Personalmente, se le
grandi safene sono continenti preferisco non operare
il paziente e trattare tutti i collaterali safenici,
anche i più importanti, con la scleroterapia.
In
particolare la tecnica con la “mousse” permette
di trattare con rischi veramente molto limitati, tronchi
venosi anche molto grossi, con risultati veramente molto
interessanti.
Sicuramente il crollo della frequenza delle complicanze
delle varici, in particolare delle ulcere varicose, è dovuto
al miglioramento della tecnica terapeutica ma soprattutto
al fatto che i pazienti si rivolgono con maggior frequenza
allo specialista.
Probabilmente non esiste una standardizzazione
della terapia chirurgica delle varici: il bravo flebologo
deve essere padrone di tutte le tecniche, e deve saper
consigliare il proprio paziente per il meglio, riducendo
i rischi, e cercando di ottenere un risultato duraturo,
anche se non eterno!
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