Le varici
degli arti inferiori:
terapia medica?
Terapia chirurgica?
Non
fare niente del tutto??
Introduzione:
Le varici degli arti inferiori sono una patologia conosciuta
sin dall’antichità e da sempre oggetto di attenzione
e cura.
Nell’antico Egitto la flebologia era già molto
progredita. In seguito Esculapio, figlio del Re di Tessaglia,
nonché il grandissimo Ippocrate, non a torto definito
Padre della Medicina, si erano occupati di malattie varicose.
In particolare Ippocrate, nel suo Corpus Ippocraticum, aveva
previsto una sezione intera dedicata alla malattia varicosa!
Ma
anche techiche chirurgiche assai moderne, come ad esempio la
flebectomia ambulatoriale, era stata descritta come tecnica chirurgica.
Aulo
Cornelio Celso descrisse nella sua opera Artes l’operazione
sulle varici: incisione della pelle, isolamento della vena, sollevamento
mediante un uncino, ed infine legatura della vena trattata. Altre
volte la vena veniva cauterizzata.
La tecnica non ebbe successo
soprattutto per la mancanza di anestesia.
Il famoso condottiero
Caio Mario, affetto da una forma discretamente grave di varici
bilaterali degli arti inferiori, si era convinto ad essere sottoposto
a questo intervento chirurgico.
Sopportò impassibile l’intervento
sul primo arto ma, arrivata l’ora di trattare il secondo
disse che il risultato non valeva tanto dolore!
Galeno invece
nel primo secolo dopo Cristo era solito affrontare il problema
delle varici strappandole con uncini e poi trattando le ulcere
con buon vino!
Vedete quindi che questo problema è stato
da sempre oggetto di attenzione.
Ma dalla fine dell’Ottocento
in poi, con il celebre Dottor Trendelemburg ha inizio probabilmente
la flebologia moderna sia per quanto riguarda la chirurgia sia
per le tecniche accessorie, come la scleroterapia, sino all’avvento,
negli ultimi anni del Laser endovascolare che permette risultati
assai buoni e durevoli a fronte di un impegno chirurgico veramente
quasi nullo.
Da cosa dipende l’apparire delle varici?
L’Organizzazione mondiale della sanità ci da una
definizione di varici molto accurata: “dilatazioni sacculari
delle vene che spesso assumono andamento tortuoso”.
Le più famose
sono quelle degli arti inferiori e quelle del plesso emorroidario,
le cosiddette emorroidi.
Le cause che possono portare all’apparire
delle varici sono molteplici: la familiarità, il sesso,
l’età,
alcuni mestieri possono essere concause ma nelle varici primitive
non è possibile riconoscere una vera ed unica causa eziologica.
Le varici secondarie al contrario riconoscono una causa scatenante:
ad esempio una flebotrombosi, una chiusura del circolo profondo.
Così alcune
vene superficiali si dilatano, diventano più tortuose,
gonfie durante la stazione eretta per la maggior pressione
al loro interno.
Dilatandosi, le valvole al loro interno, non
riescono più a
lavorare correttamente aumentando ulteriormente il reflusso venoso
ed aggravando nel tempo la patologia.
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Fig.
1: Vena normale |
Il circolo vizioso si è instaurato provocando quell’insieme
di sintomi e segni noti col nome di Sindrome Varicosa.
Modesto
sfiancamento venoso
Grave varicosità
Le vene che maggiormente sono interessate dal processo varicoso
sono le safene, interne ed esterne.
Ma anche tutti i loro collaterali
e le cosiddette perforanti possono essere ammalate.
Cosa serve
realmente per fare una diagnosi e per impostare poi il trattamento??
L’anamnesi,
e l’esame clinico restano di importanza
fondamentale per fare la diagnosi e per porre l’indicazione
ad un eventuale trattamento.
Se il chirurgo vascolare decide che è indicato un trattamento
chirurgico, allora può essere di valido ausilio un ecocolordoppler
venoso degli arti inferiori.
Questo esame basato sulla tecnologia
ad ultrasuoni permette di confermare l’indicazione all’intervento
chirurgico e permette inoltre al chirurgo di fare una mappa delle
varici.
Personalmente ritengo che il chirurgo che opera dovrebbe
sempre eseguire personalmente l’esame preliminare all’intervento… o,
perlomeno, dovrebbe disporre di un assistente che conosce molto
bene e con il quale è in contatto stretto.
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Fig 2:
Ostio safeno femorale all’esame ecocolordoppler |
È nato così il mappaggio delle
varici che ormai precede sempre qualsiasi intervento sulle vene
degli arti inferiori. Tramite l’ecodoppler si segnano con
un pennarello tutte le vene da trattare, capendo con precisione
tutti i reflussi e comprendendo intimamente dove eventualmente
fare i tagli durante l’intervento od anche prima della
scleroterapia. È ormai
divenuto un esame eseguito praticamente sempre prima di qualsiasi
intervento sulle vene degli arti inferiori.
Questo esame ha inoltre permesso di diagnosticare numerosi casi
in cui la safena non è malata e non va quindi asportata
o nei quali è malata solo per un breve tratto, casi nei
quali viene eseguito il cosiddetto stripping corto.
La flebografia, è un esame ormai eseguito solamente in
alcuni selezionati casi.
Per esempio per varici recidive, o varici particolari in cui
vi sia un dubbio diagnostico, o nei casi in cui vi possano essere
dubbi di trovarsi di fronte ad un caso di varici secondarie.
Quale trattamento è più indicato in caso di varici
degli arti inferiori?
A questo proposito mi preme dire che, anche
se ogni paziente è comunque
un caso particolare e soggetto ad una terapia assolutamente personalizzata,
le indicazioni generali rispettano canoni ben determinati.
Personalmente
avvio sempre all’intervento chirurgico i
casi di varici della grande safena con un reflusso dell’ostio
safeno femorale conclamato e con una incontinenza della grande
safena lungo il suo decorso.
Leggendo il responso del vostro
ecocolordoppler preintervento, potete da soli cogliere in linea
di massima l’indicazione
all’intervento.
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Fig 3:
Varici della grande safena avviate all’intervento
chirurgico |
Nel caso invece di vene varicose di grosso calibro, ma in assenza
di un reflusso safeno-femorale, e con una safena sana (caso che
accade assai frequentemente) il trattamento dipende dai casi:
si può pensare ad un intervento chirurgico in anestesia
locale, tipo la flebectomia ambulatoriale, ma a volte può essere
indicata anche una terapia sclerosante.
Tale terapia è indicata per vene anche di grosso calibro,
quando non vi siano reflussi che causano una notevole ipertensione
locale, soprattutto con la nuova metodica che sfrutta la scleromousse.
Altre volte, vi sono particolari motivi che controindicano qualsiasi
terapia invasiva.
Pazienti troppo anziani, con complicanze generali, cardiopatici,
nefropatici gravi o con complicanze locali gravi possono giovare
di trattamenti conservativi.
Questo non vuol dire che il paziente
deve essere abbandonato a se stesso: si devono attuare tutti
i presidi per ridurre al minimo le complicanze.
Questi sono essenzialmente:
contenzione
elastica accurata, con calze elastiche dell’ultima
generazione, possibilmente collant, ma anche calze più corte,
a coscia od anche gambaletti, a seconda dei casi
deambulazione
attiva, con lunghe passeggiate
evitare la stazione eretta,
fermi. (come nel caso delle stiratrici o dei chirurghi)
rialzo
del letto dalla parte dei piedi. (meglio del cuscino sotto
al materasso, consiglio di mettere due mattoni sotto ai piedi
del letto).
Per quale motivo devo trattare una patologia che essenzialmente
oggi non mi crea disturbi?
Perché, molto probabilmente,
se non faccio nulla, avrò delle
complicanze che mi creeranno grossi problemi un domani.
Di varici
non si muore di certo, ma nel tempo i nodi verranno sicuramente
al pettine:
In caso di interventi addominali od ortopedici, il rischio
di varicoflebiti aumenta esponenzialmente
se costretti a letto
per qualsiasi malattia, la riduzione del movimento delle gambe
aumenta esponenzialmente il rischio di flebiti
dopo un certo
limite, l’insufficienza venosa peggiora
e iniziano ad apparire alle caviglie i segni di questo squilibrio:
prima il prurito con l’eczema locale, poi le discromie
cutanee, la pelle diventa marrone scuro, ed infine la pelle può rompersi.
Le ulcere varicose fortunatamente si vedevano con frequenza
sino a qualche anno fa.
Oggi la maggior conoscenza e la prevenzione
permettono di arrivare a questi limiti solo in casi molto rari.
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Fig.
4: una grave ulcera flebostatica. |
Le novità:
Gli ultimi anni, per tutta
la medicina, sono stati forieri di grandi miglioramenti e questo
soprattutto nella medicina “idraulica”.
A questo proposito
possiamo ricordare i miglioramenti meravigliosi raggiunti nella
terapia delle sindromi coronariche.
Anche nella flebologia vi
sono stati grandissimi passi avanti:
la terapia sclerosante
mediante scleromousse
Mediante questa tecnica è possibile sclerosare, vene
di grosso calibro con dosaggi molto ridotti, con una efficacia
impensabile sino a qualche tempo fa e con effetti collaterali
veramente bassissimi.
safenectomia mediante Laser endovascolare.
Questa metodica
chirurgica permette di trattare alcuni casi di varici delle
grandi safene in modo assolutamente ambulatoriale, in anestesia
locale e con un recupero delle normali attività veramente
precocissimo.
In quanto tempo posso tornare alle mie normali occupazioni
dopo un intervento di safenectomia?
Si tratta sempre di un intervento
chirurgico: tendenzialmente una decina di giorni sono sufficienti
per un recupero praticamente totale.
Le complicanze sono sempre
possibili, una ferita che fa fatica a guarire, un dolore
locale che fatica a risolversi, un ematoma doloroso…ma l’intervento
viene fatto, a mio parere, soprattutto per prevenire complicanze
nel tempo e per questo vale la pena di sopportare anche
qualche piccolo guaio momentaneo.
Nella mia esperienza complicanze maggiori sono rarissime.
Conclusioni:
Come avete visto le possibilità terapeutiche
esistono: il consiglio che mi sento di dare a tutti i pazienti
affetti da varici è prima di tutto di non ascoltare i
consigli di persone non esperte del campo (amici, parrucchieri,
panettieri, taxisti… espertissimi nel loro campo ma non
nelle varici!).
Rivolgersi al proprio medico di fiducia è il
primo passo per avere consigli di massima.
Se poi il vostro medico
decide di approfondire l’iter
diagnostico, allora rivolgetevi ad un bravo specialista che saprà consigliarvi
per il meglio.
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