Il PRP è entrato stabilmente nella pratica della medicina rigenerativa, con applicazioni che spaziano dalla medicina estetica alla dermatologia, dalla tricologia all’ortopedia e alla wound healing. Nonostante la grande quantità di letteratura disponibile, esiste ancora un problema che considero centrale: con il termine PRP identifichiamo prodotti biologicamente molto diversi tra loro.
È proprio da questa considerazione che nasce il mio nuovo lavoro, The Biological PRP Standard (BPS): An Evidence-Based Framework for the Standardization of Platelet-Rich Plasma, pubblicato sull’International Journal of Clinical Studies & Medical Case Reports. L’obiettivo non è proporre un nuovo kit o confrontare sistemi commerciali, ma definire quali caratteristiche biologiche dovrebbe avere un PRP standardizzato, indipendentemente dal dispositivo utilizzato per prepararlo.
Il problema non è il kit, ma il prodotto finale
Nel corso degli anni abbiamo assistito a una crescente proliferazione di sistemi per la preparazione del PRP. Il rischio è però quello di identificare il prodotto terapeutico con il dispositivo che lo prepara.
Dal punto di vista biologico, il dispositivo è uno strumento. Il vero prodotto terapeutico è il concentrato piastrinico che viene somministrato al paziente.
Per questo ho proposto il Biological PRP Standard, un framework che sposta l’attenzione dalla tecnologia commerciale alle caratteristiche misurabili del prodotto finale. Un PRP conforme al BPS dovrebbe mantenere l’integrità delle piastrine, ottenere un arricchimento indicativamente doppio rispetto al sangue intero, eliminare efficacemente gli eritrociti, mantenere una contaminazione leucocitaria minima quando clinicamente appropriato, garantire elevata purezza plasmatica e completa sterilità.
Tre livelli di standardizzazione
Il BPS integra tre dimensioni che considero fondamentali: standardizzazione biologica, tecnica e clinica.
La standardizzazione biologica definisce le caratteristiche del concentrato piastrinico. Quella tecnica stabilisce i requisiti che il sistema di preparazione deve garantire per ottenere quel prodotto in modo sicuro e riproducibile. La standardizzazione clinica riguarda invece la selezione del paziente, le modalità di trattamento, l’eventuale attivazione piastrinica, la programmazione delle sedute, la valutazione degli outcome e il reporting scientifico.
Questo approccio nasce anche dalla mia esperienza clinica con protocolli standardizzati sviluppati e applicati per oltre quindici anni. L’obiettivo non è rendere identica l’applicazione del PRP nelle diverse specialità, ma fare in modo che il prodotto biologico di partenza abbia caratteristiche definite e riproducibili. La modalità di somministrazione potrà poi essere adattata all’indicazione, al tessuto target e all’obiettivo terapeutico.
Verso un linguaggio comune per il PRP
Credo che questa distinzione sia importante anche per la ricerca. Oggi studi che dichiarano di utilizzare “PRP” possono in realtà analizzare concentrati con concentrazioni piastriniche, composizione cellulare, purezza, modalità di attivazione e protocolli di preparazione molto differenti. Questo rende difficile confrontare i risultati e costruire evidenze realmente solide.
Il Biological PRP Standard nasce quindi con l’obiettivo di fornire un linguaggio comune: non standardizzare i dispositivi commerciali, ma la qualità biologica del prodotto terapeutico.
È un passaggio che considero necessario per rendere il PRP sempre più riproducibile, confrontabile e realmente integrato in una medicina rigenerativa basata sull’evidenza.
Leggi l’articolo completo: https://ijclinmedcasereports.com/pdf/IJCMCR-RA-01505.pdf
The Biological PRP Standard (BPS): An Evidence-Based Framework for the Standardization of Platelet-Rich Plasma
International Journal of Clinical Studies & Medical Case Reports, 2026; 61(1):005.
DOI: 10.46998/IJCMCR.2026.61.001505.